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Perché la link building non è morta, ma il mercato è in crisi

Massimiliano Riverso
Last updated: Settembre 11, 2026 3:55 pm
By Massimiliano Riverso
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5 Min Read
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Pochi ne parlano, quasi nessuno, ma è evidente che tutte le discussioni su SEO, AEO e GEO stanno generando una confusione senza precedenti tra gli inserzionisti della link building. Nell’ultimo anno ho avuto diverse call con clienti interessati ai servizi di link building che offriamo e, quasi in tutti i casi, ho riscontrato l’incertezza e la titubanza dei SEO dei brand ad intraprendere un processo che richiede esperienza e tempo per ottenere dei risultati concreti. Quasi tutti vogliono risultati immediati, quasi tutti propongono dei budget ridicoli, quasi tutti chiedono competenze che vanno oltre le competenze di un esperto in link building.

15 anni fa eravamo in pochissimi ad occuparci di questo settore, oggi la concorrenza è aumentata in maniera esponenziale e il livello qualitativo si è abbassato talmente tanto da riqualificare la figura dei resellers fake che forniscono liste random o estratte da piattaforme. Questo atteggiamento e la saturazione progressiva del settore hanno fatto crollare la qualità delle campagne e, allo stesso tempo, hanno determinato la svalutazione di un lavoro chiave sia in ottica SEO, sia a livello di branding per qualsiasi tipologia di clienti. Questo lavoro si basa su un decalogo di punti e una decina di condizioni previe che se non vengono rispettate provocano solo uno sperpero dei budget stanziati dai clienti. Molti improvvisano, molti rischiano, molti pensano solo a fatturare a breve termine, ma i risultati non arrivano quasi mai.

L’IA e le migliaia di guide pubblicate dai ‘guru’ di LinkedIn e nei gruppi Facebook hanno ulteriormente complicato il panorama. Questo eccesso di informazione generato dai prompt, che maschera dei tentativi palesi di fare branding personale e advertising per la propria azienda, ha creato teorie e convinzioni che stanno penalizzando esperti e agenzie consolidate nella link building. Non metto in dubbio l’utilità di ChatGPT e Claude, ma metto in dubbio chi utilizza l’intelligenza artificiale senza sapere una ‘cippa’ di link building. Questo crea delle finte competenze e un danno notevole per i maggiori esponenti del settore e per i profili più preparati sul tema.

L’ultimo punto a cui vorrei accennare è quello relativo alle crisi delle piattaforme, ovvero i marketplace che consentono l’acquisto di redazionali e guest post. La qualità media dei cataloghi è peggiorata. Le piattaforme spesso propongono gli stessi siti, già sovraccarichi di articoli sponsorizzati. L’offerta è ormai indistinguibile. Gli inserzionisti usano budget ridicoli e pubblicano esclusivamente su PBN, dropped domain e link farm. Gli articoli forniti sono scritti esclusivamente con l’intelligenza artificiale e hanno una qualità bassissima. Non apportano nulla e sono identici a quelli dei competitors.

La link building, come la SEO, non è morta e non sta diventando inutile. Quello che stiamo riscontrando è una crisi del modello industriale che l’ha trasformata in un mercatino quasi low cost basato sull’acquisto indiscriminato di articoli e backlink, senza una strategia personalizzata, un’analisi preventiva e un vero lavoro di selezione editoriale.

Chi si occupa di link building deve possedere competenze trasversali ed essere affiancato da un team di professionisti specializzati nei diversi ambiti sui quali questa disciplina può intervenire. Questa è una delle condizioni principali del decalogo di cui parlavo in precedenza. Prima di investire del budget, serve stabilire degli obiettivi realistici e un intervallo di tempo necessario per costruire autorevolezza, aumentare il traffico e di conseguenza il numero delle conversioni. La differenza non la faranno i resellers con i migliori prezzi, i guru con 10mila like su LinkedIn o le piattaforme con il catalogo più ampio, ma i professionisti capaci di generare nel tempo pubblicazioni utili, piuttosto che link ottenuti solo per riempire un report da fornire al cliente.

Penso che già a partire da questo mese di settembre inizierà un processo di selezione naturale: molti resellers improvvisati, agenzie overrated e numerose piattaforme perderanno spazio, mentre continueranno a lavorare gli esperti capaci di integrare link building, contenuti, branding e digital PR. La link building ha ancora un futuro e non deve essere mai in discount, perché farla bene con un metodo, competenze e una visione di lungo periodo richiede molto sforzo.

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