Potrebbe un giorno Sant’Antioco convertirsi nel sud di Tenerife o di Gran Canaria? La nostra risposta è sì, anche se la Sardegna non gode di un clima subtropicale.
Nel capitolo precedente di questa miniserie dedicata al Sulcis-Iglesiente si è parlato della piaga principale di questo territorio, ovvero quella di avere un’economia a scadenza: due o tre mesi in cui tutti si giocano la sopravvivenza al lungo letargo.
Anche in questi due giorni ho intervistato diversi locals per comprendere meglio le dinamiche di questo “paradiso trascurato”. M. è una ragazza di Sant’Antioco che gestisce una palestra. M. difende a spada tratta la sua città, mentre la sua amica F. ammicca quando definisco Sant’Antioco un “postaccio”. M. è l’esempio di chi ce l’ha fatta con un modello di business che fa perno sulla tendenza salutista e sulle fissazioni che provocano social come Instagram.
M. mi racconta anche del degrado vicino alla zona dell’AGIP, dove si trova un complesso di case decadenti in stile Caracas. Ma cosa fa il comune per chi è costretto a vivere in questa sorta di ghetto? Poco o nulla.
M. mi racconta anche della dura vita che fanno ragazzi e ragazze che lavorano nel settore della ristorazione. Esempio pratico: 40 ore di lavoro settimanale e uno stipendio che viene smezzato con il datore di lavoro. Nulla di nuovo all’orizzonte, visto che è una prassi diffusa anche in altre regioni e che ha portato la magistratura ad indagini e arresti.
A M. e alla sua crew molto simpatica chiedo cosa fa la gente del posto per invertire questa tendenza. Lei mi risponde: “è impossibile fare qualcosa, non ci sono fondi“. È vero che i fondi sono spesso utili per mettere in moto delle attività, ma anche se si è bravi a ottenerli spesso non servono a nulla se intorno a te hanno fatto terra bruciata.
Chi può veramente cambiare le cose sono le persone. Ad esempio, nelle Canarie ci sono professionisti del settore immobiliare e turistico che riescono a riempire le isole anche durante i periodi di bassa stagione. Nelle Canarie, inoltre, si sono create dal nulla delle community sui social network che forniscono ogni giorno informazioni sui posti da visitare, sulla vita da nomade digitale e sui vantaggi fiscali del sistema canario. A volte esagerano, in quanto il rischio è quello di generare overtourism, ma posti come Sant’Antioco e il Sulcis si prestano a una vita tranquilla e serena, lontano dalle grandi metropoli come Morro Jable e il Medano.
Dietro il successo delle Canarie c’è anche il lavoro di tutela e promozione che svolge in maniera meticolosa il Cabildo, un lavoro differenziato in funzione delle diverse vocazioni che presentano le isole dell’arcipelago.
Le Canarie, pur con alcuni limiti legati alla scarsità di alloggi per i locals, sono un modello perfettamente replicabile in Sardegna. Il materiale umano, storico, ambientale e culturale di questa terra è sconfinato: serve solo creare una rete di hub digitali e formativi che possano supportare ogni giorno giovani, imprenditori e istituzioni. Incubatori e acceleratori senza fuffa potrebbero essere i punti di riferimento per migliaia di persone per portare avanti, nei prossimi anni, un processo di rigenerazione di questo territorio. Non serve un rebranding sterile, ma l’applicazione di un piano d’azione che deve avere come cassa di risonanza i social network, i media e i testimonial di chi in Sardegna ha creato business vincenti e non legati alla volatilità delle stagioni.
