Due mesi, poi il nulla. Si può sintetizzare in questo modo il modello economico di Sant’Antioco, la città più antica di Italia. Nel sud-ovest della Sardegna, l’anno si concentra in appena due mesi, durante i quali quasi tutti cercano di giocarsi il proprio jackpot personale tra lavori stagionali, manovalanza e affitti delle seconde case.
Sant’Antioco e la sua «isola nell’isola» sono un piccolo paradiso per gli amanti del mare, ma lo scenario dell’entroterra offre un impatto completamente diverso. Il viaggio in auto dall’aeroporto di Cagliari-Elmas alla subregione del Sulcis-Iglesiente mi ha riportato indietro nel tempo, ricordandomi alcuni tratti percorsi nella Grecia più profonda e nelle periferie delle grandi città portoghesi. È palese che la provincia non naviga nell’oro, come è palese che qualcosa non sta funzionando.
Le difficoltà che stanno vivendo le persone dell’isola emergono anche dalle loro storie. S. è un autista privato che è rientrato in Sardegna dopo 20 anni trascorsi al Nord. S. ha svolto diversi lavori qualificati prima di ritornare al volante di un auto per portare i turisti da un lato all’altro della Sardegna Meridionale. Per costruirsi una vita dignitosa in una terra avara di opportunità lavorative, S. ha dovuto reinventarsi più volte. Adesso è felice, ma meritava molto di più.
G. e F. sono due ex operai in pensione che ho conosciuto nelle acque verdi di Cala Lunga. Facevano parte di un gruppo di persone che aveva improvvisato in mare una sorta di talk show sulla condanna di Mario Roggero, il gioielliere di Gallo Grinzane.
«Tu che cosa ne pensi dell’Italia?», mi hanno chiesto.
«Non saprei. Non ho una dimora fissa e ho la fortuna di visitare molti Paesi ogni anno», ho risposto. «Ma ho una domanda per voi: il degrado di cui si parla sui social è reale?».
Sono bastate poche risposte per capire quanto siano stati manipolati dai media. Per molti di loro la colpa non è solo di chi gestisce la politica, ma anche dei marocchini, dei senegalesi, dei cinesi, dei pakistani e di tutto ciò che è diverso dalla razza italica. Allo stesso tempo, è bastato meno di un minuto per riportarli alla realtà, ricordando che anche i sardi fanno parte di una diaspora e di un fenomeno migratorio ancora attuale. Anche loro, come i calabresi e i «terroni» in generale, venivano trattati da appestati quando, nel secolo scorso, costruivano palazzoni nelle città del Nord o servivano una grigliata mista nei ristoranti dei Navigli.
Il malcontento delle persone di Sant’Antioco con cui ho parlato è evidente, come è evidente l’influenza negativa della narrazione di giornalisti, giornalai e influencer. Una terra con spiagge paradisiache e con un patrimonio storico-culturale come quello del Sulcis-Iglesiente non deve arrendersi.
- Il turismo fuori stagione potrebbe essere la strada più veloce per far muovere l’indotto dell’isola tutto l’anno.
- Attrarre nomadi digitali potrebbe rappresentare una seconda strada. L’isola offre infatti condizioni ideali per attività come il trekking e il kitesurf, le stesse che spingono molti lavoratori da remoto a scegliere destinazioni come l’Indonesia o le Canarie.
- Un’altra possibilità sarebbe favorire il ritorno dei sardi che oggi vivono a Milano, Torino, Bologna, Firenze o Roma, sfruttando le opportunità offerte dallo smart working. Molti professionisti, spesso costretti a una vita poco soddisfacente nelle periferie delle grandi città, potrebbero tornare nella propria terra senza rinunciare al lavoro. I loro redditi contribuirebbero ad aumentare i consumi, sostenere le attività locali e rafforzare l’economia dell’intero territorio.
Mi fermo qui, senza entrare nei dettagli dei possibili modelli di rigenerazione per queste aree abbandonate d’Italia. Quelli proposti sono soltanto spunti per chi, un giorno, avrà il coraggio di sfidare l’immobilismo attuale e di interrompere la sterile ricerca di un colpevole a cui attribuire il lento declino del Paese.

